Il Pd e la tagliola dell’equità

La Cgil riunisce a Roma migliaia di delegati alla vigilia dell’incontro con Mario Monti, in realtà per esercitare una pressione trasversale sul Partito democratico che si trova in mezzo alla tenaglia delle rivendicazioni sindacali e delle richieste della Banca centrale europea, di cui il governo tecnico si fa inevitabilmente portavoce.
3 DIC 11
Ultimo aggiornamento: 17:25 | 13 AGO 20
Immagine di Il Pd e la tagliola dell’equità
La Cgil riunisce a Roma migliaia di delegati alla vigilia dell’incontro con Mario Monti, in realtà per esercitare una pressione trasversale sul Partito democratico che si trova in mezzo alla tenaglia delle rivendicazioni sindacali e delle richieste della Banca centrale europea, di cui il governo tecnico si fa inevitabilmente portavoce. Pier Luigi Bersani cerca di divincolarsi, declinando in forme classiste e un po’ vendicative l’antico assioma dell’equità, ma in realtà per un lavoratore che si vede decurtare il salario, per uno che deve aspettare qualche anno in più la pensione, per l’artigiano che deve pagare contributi più pesanti, la contropartita di una patrimoniale sui “grandi” patrimoni non è una grande soddisfazione.
La Cgil ha una linea rivendicativa elementare, “paghino solo gli altri”, che è elementare quanto si vuole ma per una volta corrisponde al comune sentire della sua base e di quella più generale dei sindacati. Infatti anche Cisl e Uil non accettano di essere semplicemente informate dall’esecutivo, ma chiedono una vera trattativa. Il punto, visto che i sacrifici colpiranno necessariamente anche i lavoratori e i pensionati, è l’identificazione di una contropartita ragionevole, che può consistere soltanto in una ripresa della produzione e dell’occupazione.
Su questo punto premono i riformisti (non solo di sinistra) in tutta Europa, consapevoli del fatto evidente che se si avvia una profonda fase recessiva non si potrà difendere quasi nulla del sistema di protezione sociale esistente.
Su questa questione, con le comprensibili difficoltà derivanti dall’esigenza di accettare penalizzazioni consistenti, Cisl e Uil hanno le carte in regola: hanno firmato gli accordi Fiat per ottenere investimenti e salvare posti di lavoro e questo dimostra più di tante chiacchiere che hanno al centro della loro iniziativa l’occupazione. La Cgil invece si è fatta trascinare, almeno a parole, dalla Fiom sul terreno del fronte del rifiuto (anche se moltissime categorie hanno firmato e firmano accordi produttivistici).
Il Partito democratico ha ancora lo spazio per far pesare una rivendicazione di misure volte allo sviluppo, come vera contropartita ai sacrifici, ma può imporre questo punto di vista solo se è disposto a mettere almeno in secondo piano le interpretazioni più vetero-classiste dell’equità, anche perché su quel terreno scivoloso troverà sempre chi chiede di più. Una politica riformista trova spazio anche in una congiuntura così negativa solo se sa indicare l’obiettivo giusto e se riesce a collegare a quello anche i passaggi più ostici. Se invece si lascia prendere dalla rincorsa demagogica e punitiva, per poi accedere di fatto alle esigenze di rigore, finisce col perdere autonomia e passare per caudatario malcerto e sbeffeggiato di politiche non sue.